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martedì, 25 novembre 2008

Gli stilisti sono mortali come noi in fondo, ma le mode restano e Pollution of the Mind cos'è se non una riverniciatura alla carrozzeria di Shari vari, motori Moroder che cantano come I feel love sul depresso andante..un gran pezzo insomma. E Miss Kittin graffia ancora, se si ripiglia.

Postato da: popkiller a 20:07 | link | commenti |

domenica, 23 novembre 2008

Sono rimasto con le parole in gola. E me le son portate nel sottosuolo, tutte.

Postato da: popkiller a 19:53 | link | commenti (5) |

domenica, 16 novembre 2008

Amnesiac, quindi. La mutazione elettronica sembra compiersi a partire dall’attacco di Packt Like Sardines, uno sgocciolante break metallico, battuta sperimentale come nella techno di un Cristian Vogel, o Dave Tarrida, per citare le posizioni più eretiche in seno al presunto regno della cassa dritta, poi il pulsare morse del basso e caldissimo l'abbraccio della voce di Yorke. Un pezzo della madonna per un album con titolo della madonna. Poi, il singolo. Pyramid song: rintocchi di piano, la voce che imita il vento e va a conficcarsi nel cielo, l’anticommercialità che irrompe nel territorio pop delle uscite a breve durata con un che di funereo e gli Sigur Ros dietro l’angolo, in attesa di completare lo sbarco nel mercato discografico. Pull / pulk revolving doors è un altro flash elettronico ticchettante, la voce appena sveglia prova le frequenze, e c’è un senso di regolarità tra uno stacco e l’altro, tra i vari trick di produzione che rimanda alla successione bridge-ritornello senza replicarla, espediente rubato ai migliori Autechre: una composizione completa, in tutto e per tutto ma come ascoltata attraverso sistemi radar. You and whose army? assume quindi i connotati del morbido intermezzo, condensa su un vetro buio di pioggia la storia del brit pop e si abbandona a ricordi, disperatamente. La traccia che arriva dopo, ti raccoglie dal pavimento. Senti la voce scendere dall’alto, filtrata dal vuoto, preallertato dal feedback in arrivo, hai freddo ma senti quel giro mozzo di basso e chitarra da grande pezzo rock che è, I might be wrong, si chiama così quello che senti e ti costringe a disattendere le consegne. Suonata, risuonata, mandata indietro, mai saltata a piè pari e proposta nei dj set per quella sommessa cadenza industriale, cingolata quasi, che poi c'è quello stacco sulla chitarra in mezzo a frequenze che s’accendono si spengono come interruttori, e per i pochi secondi che sono rimasti riprende lo stesso giro, in controluce, con elettronico disappunto. Amnesiac adesso è il capolavoro dei Radiohead e andrebbe avanti. Knives Out recupera atmosfere stile Ok Computer, forse perchè vuole convertirti ancora più a fondo, a ritroso nella discografia addirittura: ma resisti, e al massimo concedi un qui ci sta. Morning Bell è ripresa invece da Kid A, in una versione più barocca e qui stanno davvero giocando con i tuoi neuroni in bambola: qualsiasi cosa facciano, comprerai anche il prossimo. Con dollars & cents ti accompagnano nel tunnel della musica orchestrata jazzy con aperture da score sonoro hollywoodiano. La voce tende sempre a spezzarsi, ormai un vezzo calcolato. Con Hunting bears ripartono dall’assolo, il puntinismo del basso ormai è uno standard del pop e hanno convertito milioni di persone, forse pure qualcuno che  ancora con Kid A poteva aver sentito correre brividi di rigetto sulla pelle, e like spinning plates è lasciata a macerare nel buio, interrotto poi dai normali beats rotanti. Qui non canta, torna bambino. Torna il piano, torna il jazz, tornano i fiati. I fiati, un’orchestra jazz e la voce di thom Yorke: Life in a Glasshouse. Doveva essere una mutazione, ha riportato del jazz in casa: questo è Amnesiac. La copertina del disco l’avevo già postata ma l’album l’ho ascoltato dall’inizio alla fine solo ora, solo per scriverne. Buona la prima.

Postato da: popkiller a 00:04 | link | commenti |

sabato, 15 novembre 2008

"siamo umani, solo umani, non può andare così.. è un bluff?" (Litfiba).

Postato da: popkiller a 14:09 | link | commenti (1) |


E' questo per me il primo disco dei Radiohead. Il primo dei Radiohead di Kid A, Amnesiac e Hail to the thief, così come Pablo Honey è il primo del trittico che prosegue con The Bends e Ok Computer e non solo il primo  in assoluto.
L'hype gonfiato dalla critica attorno a Kid A fu però di prima categoria tanto che, quando mi ritrovai  il disco in casa ed iniziai effettivamente ad ascoltarlo, le possibilità di abbandonarmi ad una qualsiasi forma di stupore erano ormai esaurite: sapevo già troppe cose. A tal punto dettagliato era stato il lavoro preparatorio che critica, fans, voci di corridoio e qualcos'altro rilasciato nell'atmosfera avevano allestito, come se mi avessero costretto ad indossare lenti a contatto dei colori più appropriati prima di lasciar scorrere la realtà sotto il mio sguardo. Mi aspettavo già di tutto insomma. Non mi aspettavo però che questo cd l'avrei ascoltato tutto: dall'inizio, e senza interruzioni. Senza saltare direttamente ad Idioteque, che nel frattempo era apparsa in un mixato di Darren Emerson, per dire. Kid A mi costrinse a riascoltare un disco dall'inizio alla fine, cosa che con le possibilità offerte dalla manipolazione digitale, rispetto ai dischi incisi su cassetta o vinile (molto più macchinoso, quasi un salto nel buio procedere con il fast forward del nastro o spostare il braccio del giradischi, se non si conosce già la successione dei pezzi contenuti nell'album) succedeva ormai raramente. Cercai con ogni mezzo di non aspettarmi che mi piacesse dal primo ascolto, di mantenere un senso critico. E non mi piacque, forse: ma non potei a fare a meno di ascoltarlo dall'inizio alla fine: mi piacque, quindi? Forse. Senso critico andato a puttane. Odi et amo.
Dall'inizio alla fine.
Ripercorrendolo, si apriva con tocchi di post rock, bluesy e perfetto come un attacco degli Slint ma più sgrezzati, e una preghiera da muezzin filtrata, robotizzata e per il resto un gran pezzo. Come il seguente, l'eponima Kid A, ancora più subliminale, che finiva per smaterializzarsi in un sibilo circolare, e come il giro di basso dell'inno nazionale che fa da terza traccia. Un basso pulsante memore di Stone rose e Public Image Ltd. e la voce che si apre in due sul vuoto, tamponata da dissonanze free jazz.  Poi la testa smette di girare, ma non vuol dire che la botta sia smaltita, semplicemente si galleggia abbassando il volume delle percezioni: How to Disappear Completely recupera una parvenza di classicità, ma è sospesa nel limbo dei pezzi non battezzati.
Non a caso un paio di pezzi dopo uno s'intitola proprio In Limbo. Dopo Treefingers ed Optimistic, melodie celesti, inafferrabili che preparano l'attrito del ritorno in un'atmosfera, e al corru
cciato atterraggio: Idioteque. Battuta techno spezzata, come un loop in cui gli Autechre decidono di tenere salda la cloche, contro le vibrazioni esterne, e nel vuoto, di nuovo, la sofferta progressione melodica di Thom Yorke che incalza più del solito, inspiegabilmente sovreccitato per la sua natura. Carrelli che scendono rapidi intorno, di lato, aprendosi a fisarmonica. Siamo nel suono familiare della techno, ma spaesati come la prima volta.
Lo straniamento si ritrae, con Morning Bell che torna ad atmosfere jazzate su un tappeto di drum machine saltellante e una coda in trip leggero e con una Motion picture soundtrack che chiude le danze recuperando il suono dell'organo, forse rifacendo il verso ancora una volta a Bono e soci che con colonne sonore immaginarie pensarono di fare un'intero pretenzioso disco, firmandolo, con brian Eno, The Passengers (chi se lo ricorda?). Qui Thom Yorke canta una ninna nanna da film in bianco e nero che a 3'20" è già  finita, a 4'26"riprendono i suoni, e poi di nuovo silenzio, da 5'10"  al termine del minutaggio (6'56"). Totale: 49' 57" con cui i Radiohead si sono presi anche me. Una debole resistenza. L'orgoglio sbriciolato dopo tre soli dischi..


Postato da: popkiller a 11:05 | link | commenti |

mercoledì, 12 novembre 2008

Il Cinema, diceva André Bazin, sostituisce al nostro sguardo un mondo plasmato sui nostri desideri. "Il disprezzo" è la storia di questo mondo."

(letta da qualche parte, e ri-citata).

Postato da: popkiller a 20:31 | link | commenti |

domenica, 09 novembre 2008

Le affinità elettive: faccenda delicata come gli arcobaleni, precari, che alla minima variazione di densità dell'aria sottesa di pioggia, con una progressiva correzione di prospettiva della luce solare, irrimediabilmente sfumano. Sono stato recentemente invitato ad iscrivermi, da un amico la cui area musicale d'elezione si sovrappone in parte alla mia, ad un gruppo di discussione tendente al faceto, un The I hate Radiohead club. Really cool, sparare a zero sul successo di massa. Nella fattispecie, quello dei Radiohead. Ma ad essere sinceri non posso dire di odiarli. Il punto di fuga va isolato meglio, però: odio alcuni dischi dei Radiohead, questo è vero. Ma altri sono capolavori assoluti: il trittico che va dal sorprendente Kid A al miracoloso Hail to the Thief, intervallati dal perfetto disco da isola deserta, la mia, che è Amnesiac, sono dischi della madonna. L'ultimo in ordine di tempo, In Rainbows (possibile sia un titolo casuale?) mi ha lasciato qualche dubbio in più ma l'ho scaricato direttamente dal loro sito pagandolo mezzo pound e forse la pessima qualità audio non mi ha permesso di apprezzarlo con convinzione: forse nella versione su disco suona meglio e si può percepire del buono, ma così come l'ho sentito mi è parso più simile ad una raccolta di outtakes neanche degli stessi Radiohead, ma di una band simil U2 di un ipotetico periodo tra War e Achtung Baby. In passato poi sono stato tra i detrattori anche di Ok Computer, che invece aveva già convertito più di uno scettico e dei più illustri: ma ai miei occhi ha sempre lasciato un retrogusto forzato, dato da quella melassa di attitudine prog bilanciata da un'emotività smaccatamente U2 (ancora loro). Meglio allora precedenti opere, che pure non mi facevano impazzire, dove si spacciava grunge di seconda mano ma mosso da qualche alito sincero, spontanei pezzi da classifica come Street Spirit su Pablo Honey e Creep su the Bends.

Cosa voglio dire. Che posso capire come un gruppo dalle infatuazioni così contradditorie, abbracciate con precipitoso entusiasmo e repentinamente abbandonate, possa far storcere il naso. Che in più di un'occasione è stato esattamente quello il sentimento ispiratomi da questa band, quello di chi si sorprende a storcere il naso. E che in fondo anche quando la passione è inaspettatamente esplosa, con i tre dischi che ho poc'anzi preservato dalle critiche negative, avrei potuto benissimo trovare le ragioni per elaborare un giudizio opposto: in fondo la stupenda The National Anthem, su Kid A, non è che sia un'iniezione di originalità al cubo, con quel sax free che va a titillare saturazioni soniche come già aveva sperimentato Kevin Shields remixando If they Move Kill'em, dei Primal Scream (e ancora più in fondo, il precedente esperimento risale nientemeno che alla session di L.A. Blues, di Iggy and the Stooges con Steve MacKaye). In fondo quelle tessiture ritmiche che tengono sospese nel vuoto le trenodie di Thom Yorke sono spudoratamente di marca Autechre, e anche se Idioteque stavolta non si prostra ma sembra quasi fare il verso alla Discoteque di u2, furono prorpio i U2 a flirtare per primi con accenni di metronomica techno, nello stesso contesto. Insomma, le stesse ragioni per cui amare Kid A possono essere ribaltate ed allineate a quelle per cui non digerisco la prima parte di discografia, da Pablo honey a Ok Computer. E l'inversione di giudizio si può estendere anche ai dischi del dopo Kid A.

Odio - amore. Mi sembra di aver esemplificato con ricchezza di dettagli una dicotomia abusata. Avrei potuto esprimermi subito così, nei confronti dei dischi dei Radiohead: odio e amore. Ma così avrei potuto dare l'idea di un'analisi superficiale, liquidata con un'espressione buona per tutte le occasioni da quando Catullo per primo ne elaborò l'intuizione per iscritto, Odi et Amo..

Invece è proprio amore-odio che m'ispira l'ascolto di questi dischi: un sentimento sempre in bilico tra passione covante e fredda disillusione, come il suono che li rimpolpa. Potrei aderire con entusiasmo all'invito a sparlare dei Radiohead, venuto da chi di musica ne sa, per carità: ma potrei anche ritrattare, con la stessa, lucida incoerenza. La definizione a suon di rock della figura retorica che risponde al nome di ossimoro. Ma di qualcosa di vivo, non mera figura del linguaggio.

Voglio però far pendere la bilancia da un piatto: forse l'odio non mi appartiene, per elezione (eligo, in latino, come mi par di ricordare, significa prima di tutto scelgo) ma vorrei più semplicemente illuminare un campo d'azione più vasto. So anch'io che la musica che ascoltiamo noi, noi intendo una ristretta cerchia di friends tra cui anche l'amico che giustificatamente si sente di bandire, o assecondare, crociate dialettiche come quella contro il mainstream tinto d'avanguardia dei Radiohead, lo so anch'io che è la musica migliore del mondo, quella che ci fa dire di affinità elettive tra noi: non perchè corrisponde ai nostri gusti, ma perchè lo è. Non perchè siamo migliori noi, ma perchè è la musica migliore. Perchè qualcosa ci ha spinto a cercarla prima del tempo, prima ancora che fosse sulla bocca di tutti e tutti avessero l'occasione di ascoltarla in qualsiasi luogo della terra che non fosse un negozio specializzato o la scena più underground. So benissimo che appena diciottenne si chiudeva la porta, s'accendeva l'impianto e via con un amico ad ascoltare le già aliene, scontrose progressioni della musica degli Autechre, l'inedito post-rock degli Slint, erano scoperte continue ed era un periodo che andava dal '93 al '95, e so che passata la soglia del 2000 rispetto ad allora non hanno inventato nulla di nuovo, i Radiohead, ma semplicemente ricomposto in una sintesi tanti elementi di rottura, rottura in un periodo appena precedente e ormai metabolizzata. Ma il punto non è essere arrivati prima o dopo, in questo caso. La chiave è il contesto.

Quello che hanno fatto i Radiohead con questo disco, con quello precedente e con il successivo saluto al ladro, ha del meraviglioso. Tornando allo scomodo paragone tirato in ballo all'inizio, sono riusciti laddove ad un certo punto fallirono proprio i u2, cosa che indusse gli irlandesi ad una precipitosa, negli effetti quasi indecorosa ritirata. Thom Yorke e soci invece, con l'ausilio di Nigel Godrich ai controlli, hanno pubblicato questo disco, quello che lo precede e il successivo nello stesso contesto che si sono aperti a furia di successi planetari, in un contesto esteso ad una cerchia la più vasta possibile di ascoltatori, contesto nel quale si sono incuneati e nel quale hanno iniziato a stantuffare questi suoni, queste composizioni, queste altalene di atmosfere e di periodi storici di riferimento, dal jazz al post rock, dalla techno primordiale senza cassa dritta (che snobisticamente chiamavano intelligent techno) all'ambient noise. Come distribuire stecche di ipodermiche con la preventivata dose di eroina attraverso il tabaccaio sotto casa. Christian Zingales, giornalista di Blow Up ha lasciato scritto, per inciso, tra le righe della recensione di un concerto (avvenuto in uno stadio italiano) "post rock for the masses": forse ripresa di una definizione scaturita da qualche penna anglosassone, forse no. Comunque vera.

Ma se un giorno voglio farmi capire sarà necessario seguire un filo cronologico. Uno dei fili possibili, almeno.

Postato da: popkiller a 11:02 | link | commenti |

sabato, 08 novembre 2008

Senoras y senoras, nosotros tenemos mas influencia con sus hijos que tu tiene

pero los queremos

Creado y regalo de Los Angeles

JUANA'S ADDICCION!!!

Mi sono consegnato alla musica, senza condizioni e definitivamente, con questo disco. Non il migliore dei Jane's Addiction, anzi: forse il loro canto del cigno. Ma il primo che ascoltai in camera mia, con fervore quasi religioso, crescente: Ritual de lo Habitual. La voce femminile che lo introduce, in spagnolo, espediente inedito per le mie orecchie allora completamente digiune di storia del rock rilasciò il primo brivido. Poi, Stop! riff indiavolato ad aprire e un potente crossover incalzante di sincopi con la voce distorta dall'eroina di Perry Farrell che più andava avanti attraverso le canzoni più mi appariva la cosa più musicale mai emessa da essere umano. Le tracce si susseguirono come uno shock dietro l'altro, dense come il profumo che solo la puntina sui solchi di un vinile sa distillare dalle casse, fino ad adagiarsi su quel tappeto di psichedelia velleitaria, liquida e sognante, che occupa la facciata b. Ma non prima di aver licenziato con three days una delle suite più eccitanti della storia, trasfigurazione in odore di blasfemo cattolicesimo della zeppeliniana stairway to heaven.

Non mi ripresi mai più.

E percorsi la loro discografia a ritroso: Nothing's Shocking è forse il disco più compiuto del gruppo. Compatto più di ritual de lo habitual, ma mosso come da maree interne alle composizioni, composizioni più vicine al metal che mai ma autenticamente crossover per lo spirito completamente alieno alla staticità del metal che le percorre. Inconcepibile un metal dove serpeggiano dubbi, ansie: l'irresolutezza non era concepibile, nel genere. Frontman e guitar hero ci sono, ma come in reverse: lo sono, ma persi in una lasciva dimensione in bilico tra autodistruzione e la perfetta autorealizzazione. Anche la copertina lasciava presagire qualcosa di quello che avviene nella testa con l'ascolto dei pezzi dell'album, una copertina in bianco e nero con due gemelle siamesi nude, condannate alla sedia elettrica: ma la sedia è a dondolo, e lo sfondo pezzato. Niente di più shockante nell'iconografia perversa ma in fondo di maniera di tanto rock dell'epoca, di ogni epoca.

L'album, manco a dirlo, contiene classici ancora oggi riconosciuti del gruppo, da Ocean Size e Mountain Song, che esemplificano perfettamente, anche nelle immagini dei testi, quell'idea di maree in movimiento che quella musica suggeriva in quel preciso momento storico, fino alla ripresa di Pig's in Zen, apparsa nel primo disco, e all'acustica Jane Says, inno sotterraneo per tante teste che bruciavano in cerca di una rock band sommariamente alternativa a cui dissetarsi.

Era la band perfetta da seguire, in cui identificarsi, anche dal vivo, in quella buia prima metà degli anni '90: peccato si fosse già sciolta. In quel mentre Perry si trascinava la sezione ritmica in un progetto collaterale, Porno for Pyros, approcciati quando il noleggio dei cd in Italia ancora era legale. Una versione asciugata dei Jane's con qualche contaminazione posticcia, neanche malvagia per la verità, ma un suono da solleticare le danze negli strip bar più che in grado di  incendiare i club, che sbandierava fieramente hit con titoli come Orgasm... eppure il secondo ed ultimo lavoro del gruppo è a suo modo un gioiello di solarità del dopo buio, pur ad un passo dall'inconsistenza preda com'è di clichès e dei tic tipici del suo attore principale: la sua voce strozzata ed evocativa al tempo stesso stavolta dipinge sogni "Under the Tahitian moon". Good Gods Urge, l'invocazione intrisa di spiritualità di seconda mano che intitolava quel secondo album.

Mi mancava un tassello, però. Il principio di tutto. Per fantasticare su un'epoca, forse, ma la musica è così (soprattutta quella registrata su supporti audio). La musica salva sempre, ma fa anche soffrire, diceva giusto ieri sera un amico incontrato al 28erbe. Dice bene. La cosa più crudele di tutte, la musica dei Jane's Addiction che per primi incendiò i club di Los Angeles e non a caso quel loro primo disco, su Triple X, che rintracciai per ultimo, è praticamente un live. Sentirlo senza esserci stati non sarà la stessa cosa, ma è questo che passa il convento: la registrazione di un concerto tra pezzi inediti e cover sublimi, un pugno di brani racchiusi in un'esibizione tecnicamente discutibile ma eccitante come la raffica di una semiautomatica, inaudita. Ha il merito di testimoniare un elemento che nelle registrazioni di studio stenterà sempre ad emergere, il tribalismo quasi voodoo del batterista, solo chi ha sentito suonare la band dal vivo o qualche bootleg, dove la batteria è sempre altissima nel missaggio, può essersene fatto un'idea. E di stabilire subito, anche se in modo ancora sporco, le coordinate sonore del gruppo, uno dei pochi act in grado di marcare il territorio, spruzzare originalità sugli anni '90 appiattiti da produttori e tecnologie. Ma non ha avuto il merito di entrare nella storia, quello forse no: poco citato, poco ascoltato, poco visto al di fuori della cerchia di fans. Incurante, Perry farrell, all'epoca prototipo dell'ultima rockstar possibile si lascia dipingere mentre si gode un flash angelico, ad occhi chiusi.

Postato da: popkiller a 10:36 | link | commenti (2) |

martedì, 04 novembre 2008

Gli unici problemi portati dal possesso di tanti, forse troppi dischi sono le scelte.

Postato da: popkiller a 20:48 | link | commenti (1) |

domenica, 02 novembre 2008

Sponda di Milito per Beppe e non può più essere un caso fortunato.

Sfumati i tre punti, ma siamo stellari.

Postato da: popkiller a 17:37 | link | commenti |