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Non è cosa di tutti i giorni, diventare dj di una galleria d'arte (capaci tutti ad essere resident in un normale club). I prodromi sono da ricercare durante il live set di Rocktone Rebel alla chiusura della mostra fotografica di Anna, giovedì scorso alla sala Sivori. Matte mi vede e si avvicina per sussurrarmi l'aggancio: sarebbe l'agente ideale, ultimamente le migliori (e meglio retribuite) occasioni per suonare me le segnala lui. Ma Disorderdrama e la possibilità di ascoltare gli esponenti del miglior rock indipendente anche qui a Genova hanno bisogno di lui.
In sostanza, oltre ad aver rivisto le bellissime foto ed essermi goduto le evoluzioni synth-techno di Amedeo supportate da Ableton 5, ritorno a casa anche con un possibile ingaggio. Torno a casa anche con il biglietto per la partita che avrei seguito con Luca e Marlene, dalla Sud. Ma questa storia è già stata raccontata un paio di post fa.
Primo appuntamento giovedì 31 (non 30). Location: galleria della Grrrzetic Editrice, Vico Valoria. D.j.E.A.R. 4 art. Seguiranno ancora aggiornamenti.
E dal marasma di camera mia, alla fine, emerse pure questo disco.

La mia copia in realtà ha una cornicetta rossa, della serie a poco prezzo "Columbia Jazz contemporary masters", ed è il Miles di Miles Davis, non il Jack di Jack Johnson, che sta all'altezza della campana. Ma la musica non cambia di una virgola: due indimenticabili tagli del solito Teo Macero che superano i 25 minuti, il fender bass di Michael Henderson e l'elettrica di McLaughlin tenuti alacremente a guinzaglio dalla batteria di Bill Cobham, e gli squarci di tromba del divino Miles a cui Hancock risponde da par suo poi, in Yesternow, ma che prima si avvinghiano ad un mostro di groove: Right Off. Si chiama jazz ma jam così farebbero la felicità sia di un amante del suono di gruppi post-rock come i Tortoise, sia dei nostalgici di certo hard blues psichedelico, sia ai deboli di cuore che si assiepano sulle piste della house music. Yesternow è sempre sulle spine, ma più una calda ambient side che dai due terzi in poi torna ad espandersi in rivoli di suono, vortici e riverberi. E ad arricciarsi ancora, come nella scena che precede i titoli i coda di un noir (o, ça va sans dire, di un biopic a sfondo razziale), sulle parole di un attore che impersona lo storico pugile, il primo campione dei pesi massimi nero, alla cui tumultuosa vita il disco è dedicato:
"I'm Jack Johnson. Heavyweight champion of the world. I'm black. They never let me forget it. I'm black all right! I'll never let them forget it!"
E sono tre, consecutive. Dopo la vittoria con il Parma e quella sulla sponda laziale del Tevere, ancor più bella perché inaspettata, anche l'Atalanta torna a casa dopo essersi arresa a questo grandissimo Genoa.
Veramente i primi venti-venticinque minuti, per noi, sono da incubo. Sembra di assistere all'inizio match con il Siena: un'inquietante replica, con la differenza che nel frattempo il Siena aveva fatto tre gol mentre l'Atalanta prende due legni, oltre al colpo di testa iniziale di Doni che sfiora la traversa.
Il primo palo è di Floccari, quasi un ex, la cui violenta conclusione vista dalla Sud non può non ricordare l'incrocio colpito da Paro contro la Roma, ancora sullo 0-0. Il secondo scaturisce da una perfetta punizione dal limite di Doni, con Rubinho che può solo contemplare la parabola del tiro interrompersi sulla traversa. Pochi minuti prima, una punizione analoga per il Genoa viene inspiegabilmente battuta da destra, con il destro (di Bovo): fatale che la palla pur superando la barriera ripieghi verso il centro della porta per la comoda presa di Coppola, anzichè sfuggire verso il palo come per il tiro di Doni (un tiro giustamente di destro, dal vertice sinistro dell'area). Non è la sola delle ingenuità che questo Genoa rivelazione, un mix di giocatori esperti e altri decisamente no, fa vedere ogni maledetta domenica, o sabato che sia, e che vengono pagate care (Roma) o rischiano di mettere a repentaglio il risultato (con il Parma, e oggi).
Il risultato è però ancorato sullo 0-0 quando, superata la metà del primo tempo, un frastornato Grifone inizia a spiegare le ali intorpidite. Cresce Milanetto, e non posso fare a meno di pensare che da quando è tornato titolare fisso, proprio tre partite (e tre vittorie) fa, la squadra è tornata a girare e soprattutto a subire meno. La fascia destra, con Rossi più avanzato e Konko stavolta lasciato più in copertura, si rivela più produttiva della sinistra, dove Sculli non pecca per impegno ma si perde nei propri limiti tecnici e Criscito non riesce a incidere da subito, oltre a non trovare l’intesa con il ritrovato compagno di fascia. E nonostante troppi lanci lunghi, troppi lanci più speranzosi che ispirati, ci avviamo a pareggiare il conto delle occasioni. Con due azioni che nascono da destra, dunque. Con Borriello prima, pescato a tu per tu con Coppola, che smanaccia d'istinto il suo immediato pallonetto. E con la botta al volo di destro di Bovo che, raggiunto da uno dei classici corner bassi e tesi di Milanetto, manda il pallone a sfiorare il palo poi.
Si va al riposo con poco spettacolo negli occhi e anche Borriello, che di solito forte della sua classe sopra la media eccede nel prendersela con i compagni che non lo aiutano, questa volta appare rassegnato, oltre che isolato. Sensazione di smarrimento acuita dalla compattezza dell'undici bergamasco e dei suoi tifosi, che non smettono un secondo di cantare, molti di loro costantemente spalle alla partita.
La ripresa sembra proseguire sullo stesso canovaccio: Genoa meno timoroso, Atalanta, sostituito Rivalta dopo uno scontro con Sculli, meno pericolosa. Tanto meno pericolosa, che finisce per passare in vantaggio. Un’altra ingenuità: stavolta è Konko che interviene sull'attaccante nerazzurro non appena questi è entrato in area, anzichè aspettare che si defili. Una beffa, un fallo quasi al rallentatore con l'attaccante in maglia bianca che manda avanti la palla e aspetta che la scivolata del difensore genoano lo sbilanci. La Sud tenta di incitare Rubinho che però, dopo il fischio dell'arbitro, accenna la parata sulla sua destra con Doni che incastra la palla nell'angolo opposto.
Momento dei più cupi, come il cielo che verso le sei cingeva plumbeo la Valbisagno. Ma anziché disunirsi il popolo genoano inizia a sostenere i giocatori come se stessero vincendo un derby, Gasperini getta Figueroa nella mischia e si concretizza la svolta: il Genoa da questo momento diventa improvvisamente una squadra. Splendida. E la sua reazione veemente ma lucida sorprende immediatamente la difesa nerazzurra che lascia a Marco Borriello, dopo l'assist di prima dell’altro Marco, Rossi, spazio sufficiente per scoccare uno di quei diagonali che lo capisci ancor prima di vedere il tiro, dove finiranno. In rete. Chi giocando si è trovato in quella posizione sa che in quel momento, mirando al palo lontano, il portiere smette semplicemente di esistere. E Figueroa, che aveva avviato l’azione del pareggio, concede anche il suggello personale con un preciso colpo di testa da calcio d'angolo (dubbio). Ancora sul palo lungo. Grande Lucho, lo stadio per un lunghissimo minuto non fa che scandire il suo nome. L’ammonizione per essersi tolto la maglia prelude però all’entrata in scena di un nuovo protagonista: anche l’arbitro vuole contribuire allo show e inizia a distribuire plateali cartellini gialli, e a sorpresa chi recrimina di più è il tecnico Del Neri, che viene allontanato. Un beffardo boato mantrico del pubblico di fede rossoblu lo accompagna fino all’uscita.
Ma non è finita perché il Genoa gioca e lascia giocare, soprattutto Criscito (forse tradito dall'emozione, troppo lezioso il suo ritorno a Marassi). Che agli avversari concede libertà imperdonabili, come quando l'esterno atalantino non controllato a dovere, Ferreira Pinto mi pare, crossa dal fondo per l’azione che termina con una carambola sul palo: Rubinho non interviene sul tocco di testa ravvicinato del neoentrato Muslimovic e la difesa libera solo dopo lo scampato pericolo, affannosamente. Sono entrati Paro, per uno stremato Milanetto, e Santos, al posto del connazionale Fabiano, a dare man forte a Bovo e De Rosa. Ma con il passare dei cinque minuti di recupero il Genoa si ritrova, tiene palla e fa di tutto per preparare il boato che si sprigiona nello stadio, al fischio finale. La rimonta è cosa fatta: 2-1.
Soffrire si soffre sempre, ma non c’è solo Borriello ora: anche un grande Lucho. Fi-gue-ro-A! Un Milanetto esemplare. Rossi, che non tradisce mai. E mister Gasperini che ha l’intelligenza di non difendere ad oltranza il proprio modulo se la partita prende una piega pericolosa, come sottolinea l'anziano signore che, sul 17 che mi porta ormai afono a De Ferrari, mi chiede del gioco del Genoa. In via Scurreria invece è un ragazzo biondo, lavora nel bar dove prendo un paio di birre da portare ad una festa, a gioire quando gli confermo che è stato Figueroa a segnare il gol della vittoria e a maledire, sempre con sorridenti occhi azzurri, questi continui anticipi al sabato. Gli impediscono di vederlo, questo Genoa da urlo. Di urlarla allo stadio, la gioia che ha in corpo.
Non voglio essere maître à penser, per nessuno. Non rischio ancora niente, se non che le parole, che certe parole più di altre mi tradiscano più delle frasi che non ho mai scritto, o mai reso pubbliche.
Insomma. Per la blanda disperazione di chi si ritroverà a leggermi (e se non si era capito), sto per tornare a scrivere.
Credo tuttavia che Tondelli avesse ragione. Che gran scrittore.