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- 4' 51''
Warning. Frequenza disturbata.
Stiamo lavorando per me.
Scaduta la carta d'identità: devo rinnovarla, e prima ancora far mente locale sui dati personali. Tipo, numero ricorrente: sei. Numero preferito: sette. Anche se fra cinque anni potrebbero risultare cambiati, come la professione o lo stato civile.
Devo anche farmi delle fotografie, ma aspetto di sentirmi bello. Ancora qualche giorno quindi. L'immagine non è tutto ma quasi, agli occhi di certa gente.
Alcuni dialoghi, a dispetto del tempo trascorso dalla loro creazione li ricordo con dovizia di particolari. Ne ricordo uno con un amico, presto laureatosi in filosofia, che mi paragonava l'arte del remix ad un saggio filosofico, dove l'autore isola e approfondisce un solo aspetto del discorso generale. Dove, cioè, del materiale edito utilizza la parte che la propria sensibilità gli permette di sviluppare al meglio, e da un'angolatura inedita. E la stessa Tomorrow, di Superpitcher, che ho già citato, così come appare sul secondo cd di Kompakt 100 sembra tutt'altro. Un deliquio eroinomane a tinte mitteleuropee, introdotta soltanto dal sussurro Tomorrow I will be happy, tomorrow I'll be like today, che ritorna più volte. Immutato. E ciclicamente: nella versione di Kaito tratta dal primo cd, quella descritta l'altroieri per intenderci, quella frase introduttiva non solo non viene mai ripresa, ma perfettamente omessa e lo sviluppo del pezzo finisce per evocare una progressione serena, in direzione del domani migliore. Prefigurato dalla voce.
Sempre Superpitcher, al secolo Aksel Schaufler. A sentirne i pezzi è decisamente la felicità, che qui viene trasportata da una melodia suadente ma lineare, il suo chiodo fisso (un ritmo che accarezza continuamente lidi schaffel).
I want happiness... I seek happiness...
I want happiness... I seek happiness...
I want happiness... I seek happiness... Poi lo stacco, ed una scia di archi.
I, I... I want happiness... I seek happiness...
to cause your happiness... to be your happiness Quando ritorna, il beat è impreziosito da un vellutato motivo acido, che si sviluppa sulla falsariga dell'arrangiamento.
to cause your happiness...
to be your happiness... Ancora uno stacco, ma restano le fusa acide a fare da collante.
I, I... E riprende...
I want happiness, I seek happiness... to cause your happiness, to be your happiness...
I want happiness... I seek happiness...
to cause your happiness... to be your happiness
happiness... happiness... happiness...
happiness...
Michael Mayer esplora invece un lato, come dire, tecnico? della comunicazione. Per poi avvisare di un disfunzionamento...
(cadenza regolare, quasi ossessiva, dal timbro così profondo da ridisegnare il vuoto. Come melodia un campanello d'allarme. La bass-line un loop eruttivo, saltellante)
I am your speaker, speaker. Speaking to you.
I am not talking, but speaking. Speaking to you.
I'm not a talker.
I'm a speaker, speaking to you... while you are talking, you're talking, just talking to yoursss...sELF!
La cassa si fa drittissima. Le linee acide traducono stavolta un crescente nervosismo.
Da sempre le alterazioni psichiche assorbono l'attenzione delle acid tracks, ma in questo caso la descrizione di un fenomeno morboso si distende in una musica calibrata, eccitante ma razionale. Che non lascia sprigionare il perverso fascino del panico ma insegue la bellezza del controllo. E la solitudine di un BUIO dancefloor o di una camera con l'impianto stereo in funzione viene punteggiata con la differenza, ribadita fino alla fine, tra emettere suoni e parlare. Tra parlare solo tecnicamente, cioè, e parlare in presenza di qualcuno che ascolti.
Tra un altoparlante e la voce di un essere umano. L'uno, può funzionare in qualsiasi situazione. Quando l'altra si attiva senza interlocutori, invece, qualcosa non funziona.
E forse si capisce anche come in questo splendido e splendente novembre sia in pieno trip da catalogo Kompakt.
tomorrow I will be happy, tomorrow I will be blue,
tomorrow I will be happy,
tomorrow I'll go to you... Così sembra scontata, ma manca il suono.
tomorrow... tomorrow... tomorrow... tomorrow...
tomorrow... I will be happy...
Banner nuovo, vita nuova.
Da ieri, grazie a Smasa e a nessun altro!
Ogni volta che controllo l'ora, con diabolica casualità, sono le 17:17.
Forse mi guida l'inconscio. Senza enigmi di sorta: la luce cala, subliminalmente riconoscibili sono i segni del giorno declinante e nell'aria si annidano crescenti probabilità di incontrare, ancora una volta, un ricordo duro a dissolversi.
Da un'angolatura simile, anche le malattie psicosomatiche risultano meno sorprendenti di quanto dicano le apparenze: non potrebbe essere l'organismo stesso ad allentare la vigilanza, lasciando esposti i punti deboli? Senza nemmeno programmarlo apertamente?
"La natura della malattia è oscura quanto la natura della vita" (Novalis).
La fine di un'ispirazione.
Un Trent Reznor dopolavoristico, quest'ultimo. Non più anima e corpo nelle sue ossessioni, e in dischi fragorosi come Downward Spiral e The Fragile. Felicitarsi per l'equilibrio ritrovato, o dispiacersi perchè paranoie e droghe non nutrono maniacalmente come prima la sua musica?
Ma c'era, l'ultima canzone possibile. Ed era We're in this together, con i suoi vuoti. Sussulti tra le smagliature di una struttura perfetta, spazi ormai bonificati dal dolore inflitto al suono: una consuetudine in via d'abbandono.
E non a caso singolo mai eseguito. Nè tra le stanze chiuse del proprio tour¹, nè a maggior ragione nella folla di apparizioni autocelebrative di un festival².
¹Milano, Alcatraz, novembre 1999.
²Monza, Autodromo, estate 2000.