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Questa sera s(u)ono al Fronte del Porto. Dalle 22.
Presa pari pari dalla homepage di Sentieri Selvaggi...
A 7 anni di distanza da New Rose Hotel, Abel Ferrara ritorna alla Mostra del cinema di Venezia con Mary, film ambientato tra Roma, New York e Gerusalemme. La pellicola vede protagonista Juliette Binoche nei panni di un’attrice che, dopo aver interpretato Maria Maddalena in un film, ne resta gradualmente ossessionata.
Bilancio settimanale. Un'altro.
Un altro capolavoro di Kim Ki-Duk, La Samaritana, alla cui visione sono stato reclutato quasi per caso. Dalle mie stesse, irregolari traiettorie.
Un altro concerto dei Toxic ascoltato sotto forma di progressivo riverbero, sopraggiungendo ancora una volta in ritardo sul luogo dove se ne stavano consumavando, tra ovazioni, gli ultimi colpi di coda. Ma in tempo per festeggiare un altro trentesimo compleanno di questo 2005, che ci appartiene come poche altre annate.
Un'altra situazione ambigua. Destinato a diventare dj da zone noir?
Un altro tentennamento, risolto fuori tempo massimo. L'amore (tradotto) gioca strani scherzi.
Uno spregiudicato e involontario uso dell'anafora nel post in corso d'opera. Forse, il ricordo inconscio di Sostiene Pereira. Sicuramente un altro bilancio che non so se chiudere in attivo. Se chiudere tout court.
Con il rischio flop dietro l'angolo, scongiurato in zona Cesarini, e con i Raveonettes in apertura, che conoscevo appena di nome e nemmeno sapevo fossero di spalla (anche se per tutta la loro ora scarsa mi hanno piacevolmente precipitato in una sacca temporale aurea, dove Curve e The Jesus and Mary Chain potevano essere le sensazioni del momento), ho svoltato per una sera dalle mie recenti frequentazioni musicali per dirigermi al concerto di Beck.
Il primo in assoluto, a Genova. In sensibile ritardo rispetto ai tempi in cui ancora non avevo iniziato a snobbarne la discografia. Tanto sensibile, che solo a pochi minuti dalla sua apparizione sul palco mi sono finalmente ricordato che tipo di fascinazione aggiunto, scontando la sua caleidoscopica musica, esercitasse sulla mia psiche: sì, era lui, questo efebico loser estetico che ieri si presentava in giacchetta bianca e cravatta colorata, attorniato da musicisti improbabili e ballerini snodabili, uno dei miei sogni erotici più intensi (insieme all'innocentemente tossica Juliette Lewis). Il passato, uno dei tanti, fantasmi ancora vitali a volte.
Non ho la controprova, visto che il cd gentilmente masterizzato da Moly non dà segni di vita dall'interno del mio lettore, ma i pezzi dell'ultimo Guero ascoltati per la prima volta live mi hanno deluso in blocco. Ma non sono valsi a vanificare la vivida e spettacolare resa sonora di cui è stato capace il mio genialoide sex symbol. La somiglianza con Bob Dylan di cui vaneggiavo solo io? Liquidata non appena ho rimosso dai ricordi disattivati l'unica volta che vidi Dylan con i miei occhi: anche lui aveva la giacca sotto la tracolla della chitarra, quella volta a Pistoia. Non bianca, ma argentata. Ed era estate anche allora. Ma allora la mia verginità non fece altro che rabbrividire, di canzone in canzone.
Le parentesi, poi. Scene lontane dal reale, esistenti da qualche altra parte, che risuonavano solo da uno stereo o scorrevano sullo schermo. Ricordano le parentesi che attraverso oggi, quando trovo la forza di trasformarmi in una bava di luce corporea, simile al laser. Ad un essere acquatico, che risale eccezionalmente in superficie.
Ancora Human After All. Un disco tornato ad infierire.
Perchè sentito una volta indispone, ma ascoltato ripetutamente ti incastra. Ed ero indisposto. Mentre oggi, primo giorno di un'estate a metà decennio, sono in trappola. Secondo, terzo, quarto tentativo di sottrarmi all'assuefazione: niente da fare, suona fantastico adesso. In questo istante il miglior Daftpunk del trittico, con la stessa, arrendevole pasta ritmica di certi frammenti elettronici dei tardi Primal Scream. E con quel suono ripetuto alla nausea, ora granuloso ora graffiante, di una purezza densa di interferenze impercettibili e tecnicamente degno e scusate il paragone dei riff prodotti da Albini per gli Shellac.
Restano ancora inevase alcune richieste di arretrati.
Una riguardava i Blown Paper Bags (pertinente o casuale il gioco di parole con il classicone jungle di Roni Size?). Che dire, fingendo di non conoscerli: i loro pezzi incidono già la memoria anche a fronte di un secondo più focalizzato album che da prassi futura renderà questo più ingenuo, forse. Mai autoindulgente, però: personalmente non staccherò facilmente gli occhi da European secret service, che per un attimo mi materializza perfino il fantasmino dei Polvo sotto forma di arabesco chitarristico, e Pass my tape materia prima da dilatazioni indie-dance come lo è Double dragon on the dance floor. Dal terzetto finale, insomma. Fossimo in una colonna di Blow Up, (7/8).
Tu chiamale se vuoi, paranoie. Irrazionali, ma non fino in fondo.
La soluzione?
Scrivere con il contagocce?
I wear my sunglasses at night
So I can, So I can
Watch you weave then breathe your story lines
And I wear my sunglasses at night
So I can, So I can
Keep track of visions in my eyes
While she's deceiving me, she cuts my security
Has she got control of me
I turn to her and say
Don't switch the blade on the guy in shades, oh no
Don't masquerade with the guy in shades, oh no
You got it made with the guy in shades, oh no
And I wear my sunglasses at night
So I can, So I can
Forget my name while you collect your claim
And I wear my sunglasses at night
So I can, So I can
See the light that's right before my eyes
While she's deceiving me, she cuts my security
Has she got control of me
I turn to her and say
Don't switch the blade on the guy in shades, oh no
Don't masquerade with the guy in shades, oh no
You got it made with the guy in shades, oh no
Il penultimo post data quasi una settimana di distanza dal terzultimo, mancavano solo poche ore all'appello. Il ritmo della scrittura, quello di un disco fuori tempo. Sul canale aperto, tutto il resto.
Un pensiero generato sul treno (acerbo, quindi): le parole dovrebbero contare di più, e finalmente conterebbero meno.
Una chiamata inaspettata, nel pomeriggio. E domani, blitz bolognese. Crisi di coscienza in seno ai vertici aziendali dalla maschera rossa? Più plausibili il caso, un disguido o qualcosa di analogo.
Lentamente, il ritorno alla realtà. L'unica possibile. Sono scomparso per qualche giorno ma le visioni che si sono susseguite all'esterno, sotto il mio sguardo, hanno varcato platealmente la soglia del credibile. Un trip insostenibile, da vivere. Meglio tornare in questo rifugio sorretto da una labile impalcatura di parole e cercare, a freddo, qualche confortante traccia di verità. Digitale. Qualcuno lo digiti: siamo tornati davvero in serie A? Siamo ancora sprofondati nell'incubo, o finalmente immersi nel sogno?
Genova è solo ROSSOBLU'
Ho aggiornato la mia vampiresca sete di immagini con Frank Miller's Sin City, perfetta mutazione di un fumetto in cinema, ma sono uscito dalla sala con una certa freddezza addosso. Nonostante la stagione.
Gregg Araki non deve deludermi, stasera. Ma contro un'evenienza simile sarò premunito: mi sono assicurato la compagnia della nostra "selfmade folksinger" preferita. Sa sempre dispensare sorrisi, e strapparne, e la monotonia più grigia o il ricordo di una delusione scoloriscono -per il tempo necessario- con lei.
Credits: grazie a Komatose per la definizione virgolettata.