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La campagna acquisti prosegue nel segno di colpi sempre più sporadici, ma azzeccatissimi: come questo doppio CD licenziato da una delle etichette più interessanti degli ultimi anni, la Skull Disco.

A nome Shackleton & Applebim, è la seconda raccolta nel giro di due anni e sembrerebbe porre intenzionalmente fine a questa fase produttiva, stando al senso di un titolo come Soundboy's Gravestone Gets desecrated by Vandals. Forse si è percepita già troppo forte la tentazione di emergere dall'underground, come sempre succede e come sta succedendo anche con la montante marea dubstep, con il rischio di sovraesporsi, come scena e come produzioni.
Ma basta ascoltare un pezzo come l'iniziale The Rope Thightens, dal genio del padrone di casa, per fugare ogni dubbio sull'urgenza di questo disco: una rotolante progressione dove il rapping, liquido, resta sospeso nel vuoto esattente come la ritmica. Disco ancestrale, ruvido, paurosamente sospeso su un vuoto che sembra un'impercettibile breccia sull'esperienza di un futuro immediato, ma del tutto sconosciuto. E sul secondo disco, alcuni remixatori "classici" si ritrovano alle prese con il materiale dell'etichetta, Pole, T++, accanto agli emergenti peverelist, Brendon Moeller.
Sentirsi dio, come due esseri umani insieme, vicini.
Forse alcuni dischi più di altri mi ricorderanno l'annata ormai agli sgoccioli.
Tra questi, suonato alla nausea, 7 DUNHAM PLACE di Loco Dice, che complice la produzione di Martin Buttrich ha trovato un punto di fuga esattamente housey dalla tradizione minimal, nonchè l'equilibrio tra sessions ispirate e un certo minimalismo produttivo sempre a rischio chiusura.
Il secondo che mi viene spontaneamente a bussare in sede di giudizio è il triplo cd con cui la Defected ha radunato le maggiori produzioni di Dj Gregory. FAYACOMBO SESSIONS è un monumento alla house dagli umori afro del produttore francese, e insieme coacervo di spinte ad elevare costantemente il genere dal ghetto della funzionalità da dancefloor. Primo cd di perle riunite in un unico mix, secondo di extended delle versioni originali di pezzi come S2, Elle, il terzo con alcuni dei remixers più ispirati alle prese col materiale del nostro, tra cui Karizma e il suo caldissimo tocco e i nostrani, quasi spirituali nella loro intensità, Pastaboys.
Non può mancare poi un lavoro rappresentativo del genere musicale che dopo anni ha rotto gli argini a presidio di clubs e scene rave e della loro fissità nei 4/4, minimali o housey che fossero, e cioè il dubstep: dopo lo splendido UNTRUE, firmato l'anno scorso da Burial, quest'anno è il giovanissimo Benga a licenziare un'opera impressionante per varietà di interpretazioni e maturità nel plasmare una materia ancora così fresca e inclassificabile, sul lungo formato, una visione sonora che già oltrepassa le decine di sfuggenti dubplates che fissavano le coordinate sonore solo ad occhi da iniziati: DIARY OF AN AFRO WARRIOR è un disco dal quale nessuno può prescindere, a patto di non nutrire che un blando interesse per la musica.
Dopo la novità, il ritorno di un produttore che ha firmato pagine tra le più classiche in ambito techno, Kenny Larkin, con un paio di capolavori solo su 12" e un album di techno diretta, cristallina: KEYS, TAMBOURINES, STRINGS.
E volendo andare di ecumenismo, senza monopolizzarla con prodotti strettamente dancefloor oriented completerei questa cinquina di album, di dischi che personalmente segnano il 2008 più di altri, con un altro ritorno, atteso per oltre un decennio: quello dei Portishead con THIRD.
Siamo tutti casi umani.
"Qualcuno di più".
Gli stilisti sono mortali come noi in fondo, ma le mode restano e Pollution of the Mind cos'è se non una riverniciatura alla carrozzeria di Shari vari, motori Moroder che cantano come I feel love sul depresso andante..un gran pezzo insomma. E Miss Kittin graffia ancora, se si ripiglia.
Sono rimasto con le parole in gola. E me le son portate nel sottosuolo, tutte.
Amnesiac, quindi. La mutazione elettronica sembra compiersi a partire dall’attacco di Packt Like Sardines, uno sgocciolante break metallico, battuta sperimentale come nella techno di un Cristian Vogel, o Dave Tarrida, per citare le posizioni più eretiche in seno al presunto regno della cassa dritta, poi il pulsare morse del basso e caldissimo l'abbraccio della voce di Yorke. Un pezzo della madonna per un album con titolo della madonna. Poi, il singolo. Pyramid song: rintocchi di piano, la voce che imita il vento e va a conficcarsi nel cielo, l’anticommercialità che irrompe nel territorio pop delle uscite a breve durata con un che di funereo e gli Sigur Ros dietro l’angolo, in attesa di completare lo sbarco nel mercato discografico. Pull / pulk revolving doors è un altro flash elettronico ticchettante, la voce appena sveglia prova le frequenze, e c’è un senso di regolarità tra uno stacco e l’altro, tra i vari trick di produzione che rimanda alla successione bridge-ritornello senza replicarla, espediente rubato ai migliori Autechre: una composizione completa, in tutto e per tutto ma come ascoltata attraverso sistemi radar. You and whose army? assume quindi i connotati del morbido intermezzo, condensa su un vetro buio di pioggia la storia del brit pop e si abbandona a ricordi, disperatamente. La traccia che arriva dopo, ti raccoglie dal pavimento. Senti la voce scendere dall’alto, filtrata dal vuoto, preallertato dal feedback in arrivo, hai freddo ma senti quel giro mozzo di basso e chitarra da grande pezzo rock che è, I might be wrong, si chiama così quello che senti e ti costringe a disattendere le consegne. Suonata, risuonata, mandata indietro, mai saltata a piè pari e proposta nei dj set per quella sommessa cadenza industriale, cingolata quasi, che poi c'è quello stacco sulla chitarra in mezzo a frequenze che s’accendono si spengono come interruttori, e per i pochi secondi che sono rimasti riprende lo stesso giro, in controluce, con elettronico disappunto. Amnesiac adesso è il capolavoro dei Radiohead e andrebbe avanti. Knives Out recupera atmosfere stile Ok Computer, forse perchè vuole convertirti ancora più a fondo, a ritroso nella discografia addirittura: ma resisti, e al massimo concedi un qui ci sta. Morning Bell è ripresa invece da Kid A, in una versione più barocca e qui stanno davvero giocando con i tuoi neuroni in bambola: qualsiasi cosa facciano, comprerai anche il prossimo. Con dollars & cents ti accompagnano nel tunnel della musica orchestrata jazzy con aperture da score sonoro hollywoodiano. La voce tende sempre a spezzarsi, ormai un vezzo calcolato. Con Hunting bears ripartono dall’assolo, il puntinismo del basso ormai è uno standard del pop e hanno convertito milioni di persone, forse pure qualcuno che ancora con Kid A poteva aver sentito correre brividi di rigetto sulla pelle, e like spinning plates è lasciata a macerare nel buio, interrotto poi dai normali beats rotanti. Qui non canta, torna bambino. Torna il piano, torna il jazz, tornano i fiati. I fiati, un’orchestra jazz e la voce di thom Yorke: Life in a Glasshouse. Doveva essere una mutazione, ha riportato del jazz in casa: questo è Amnesiac. La copertina del disco l’avevo già postata ma l’album l’ho ascoltato dall’inizio alla fine solo ora, solo per scriverne. Buona la prima.
"siamo umani, solo umani, non può andare così.. è un bluff?" (Litfiba).

E' questo per me il primo disco dei Radiohead. Il primo dei Radiohead di Kid A, Amnesiac e Hail to the thief, così come Pablo Honey è il primo del trittico che prosegue con The Bends e Ok Computer e non solo il primo in assoluto.
L'hype gonfiato dalla critica attorno a Kid A fu però di prima categoria tanto che, quando mi ritrovai il disco in casa ed iniziai effettivamente ad ascoltarlo, le possibilità di abbandonarmi ad una qualsiasi forma di stupore erano ormai esaurite: sapevo già troppe cose. A tal punto dettagliato era stato il lavoro preparatorio che critica, fans, voci di corridoio e qualcos'altro rilasciato nell'atmosfera avevano allestito, come se mi avessero costretto ad indossare lenti a contatto dei colori più appropriati prima di lasciar scorrere la realtà sotto il mio sguardo. Mi aspettavo già di tutto insomma. Non mi aspettavo però che questo cd l'avrei ascoltato tutto: dall'inizio, e senza interruzioni. Senza saltare direttamente ad Idioteque, che nel frattempo era apparsa in un mixato di Darren Emerson, per dire. Kid A mi costrinse a riascoltare un disco dall'inizio alla fine, cosa che con le possibilità offerte dalla manipolazione digitale, rispetto ai dischi incisi su cassetta o vinile (molto più macchinoso, quasi un salto nel buio procedere con il fast forward del nastro o spostare il braccio del giradischi, se non si conosce già la successione dei pezzi contenuti nell'album) succedeva ormai raramente. Cercai con ogni mezzo di non aspettarmi che mi piacesse dal primo ascolto, di mantenere un senso critico. E non mi piacque, forse: ma non potei a fare a meno di ascoltarlo dall'inizio alla fine: mi piacque, quindi? Forse. Senso critico andato a puttane. Odi et amo.
Dall'inizio alla fine.
Ripercorrendolo, si apriva con tocchi di post rock, bluesy e perfetto come un attacco degli Slint ma più sgrezzati, e una preghiera da muezzin filtrata, robotizzata e per il resto un gran pezzo. Come il seguente, l'eponima Kid A, ancora più subliminale, che finiva per smaterializzarsi in un sibilo circolare, e come il giro di basso dell'inno nazionale che fa da terza traccia. Un basso pulsante memore di Stone rose e Public Image Ltd. e la voce che si apre in due sul vuoto, tamponata da dissonanze free jazz. Poi la testa smette di girare, ma non vuol dire che la botta sia smaltita, semplicemente si galleggia abbassando il volume delle percezioni: How to Disappear Completely recupera una parvenza di classicità, ma è sospesa nel limbo dei pezzi non battezzati.
Lo straniamento si ritrae, con Morning Bell che torna ad atmosfere jazzate su un tappeto di drum machine saltellante e una coda in trip leggero e con una Motion picture soundtrack che chiude le danze recuperando il suono dell'organo, forse rifacendo il verso ancora una volta a Bono e soci che con colonne sonore immaginarie pensarono di fare un'intero pretenzioso disco, firmandolo, con brian Eno, The Passengers (chi se lo ricorda?). Qui Thom Yorke canta una ninna nanna da film in bianco e nero che a 3'20" è già finita, a 4'26"riprendono i suoni, e poi di nuovo silenzio, da 5'10" al termine del minutaggio (6'56"). Totale: 49' 57" con cui i Radiohead si sono presi anche me. Una debole resistenza. L'orgoglio sbriciolato dopo tre soli dischi..
Il Cinema, diceva André Bazin, sostituisce al nostro sguardo un mondo plasmato sui nostri desideri. "Il disprezzo" è la storia di questo mondo."
(letta da qualche parte, e ri-citata).