Bottoni

Contatore

visitato *loading* volte

 
venerdì, 28 agosto 2009



The Eraser Rmxs - Thom Yorke

Anche se si tratta di un'edizione giapponese, dovrebbe far parte della collezione di chiunque abbia un minimo a cuore la divulgazione della buona musica nel proprio angolo di mondo.
Da sempre la voce di thom yorke, da solo o con i radiohead, esercita un fascino non indifferente alle orecchie di ogni producer techno, breakbeat e perfino house che si rispetti e spesso i risultati oltre a rendere mixabili composizioni sì d'avanguardia, ma squisitamente rock come alveo d'appartenenza, gettano luce su trick e personalità di alcuni dei più grandi ma meno noti nomi del panorama dance contemporaneo. 
Si parte con una versione in perfetto stile burial di And it rained all night. poi, accanto ad episodi francamente non cruciali come la bonus version di Black swan che Cristian Vogel modella a colpi di Shuffle beat, non si può non restare annichiliti dalla potenza dispensata da surgeon che fa di eraser una bomba da club, tra techno e dubstep.
notevole anche la riuscita di cymbal rush, virata ambient techno da The Field, la cadenza con cui The bug bagna Harrowdown hill, come sotto una  pioggia industrial-hop dal mood quasi dark, e tutto sommato sia l'electro breakcore introdotto da modeselektor per skip Divided sia l'oasi luminosa e tambureggiante a cui approda Atoms for Peace, nella visione di Fourtet.
Completano il quadro un'altro trattamento di Black swan, più centrato, quasi industrial funk da parte di cristian Vogel e l'hip hop da sbarco di analyse nel various remix.
Ma è Surgeon il nome, già entrato nella storia e che continua a proiettarsi oltre le posizioni acquisite.

Postato da: popkiller a 13:10 | link | commenti |

domenica, 26 luglio 2009


Immagine

david holmes, dj e produttore di belfast, dopo aver cavalcato la tigre techno fin dalla prima ora restò flashato sulla via di damasco dai suoni organici delle gemme piu' nascoste del soul e del rhythm'n'blues, che pare proponesse nei suoi dj set con reazioni contrastanti da parte dei raver ignari della personale svolta musicale in atto. le sue produzioni risentono del suo eclettismo e si sono stabilizzate a partire dal cinematico capolavoro lets get killed, ma questo this films crap lets slash the seats, appena precedente, seppur ancora acerbo, forse lo preferisco, irrisolto ma sincero, con le sue aperture acid su breaks hip hop e campionamenti da colonne sonora (slash the seats) e l'incredibile traccia iniziale, no mans land, una sequenza ininterrotta di campane, rumori di passi, un portone che sbatte, un ritmo in bassa battuta che incalza come una marcetta militare con sopra temi western in assenza di gravità e manierismi techno da commuoversi. seguono rimasugli di coscienza dopo un eccesso di rave (shake ya brain, con influenze progressive, e got fucked up along the way, forse meno riuscita), oasi cantate (gone), elettroniche (the atom and you) e chitarristiche (inspired by leyburn, su bassi dub e bolle acid, con steve hillage!), e perfino fughe acid techno (minus 61 in detroit). coming home to the sun chiude in gloria un cd che ti riporta letteralmente all'epoca a cui appartiene. gli anni '90.

Postato da: popkiller a 15:23 | link | commenti |

lunedì, 13 aprile 2009

La campagna acquisti prosegue nel segno di colpi sempre più sporadici, ma azzeccatissimi: come questo doppio CD licenziato da una delle etichette più interessanti degli ultimi anni, la Skull Disco.



A nome Shackleton & Applebim, è la seconda raccolta nel giro di due anni e sembrerebbe porre intenzionalmente fine a questa fase produttiva, stando al senso di un titolo come Soundboy's Gravestone Gets desecrated by Vandals. Forse si è percepita già troppo forte la tentazione di emergere dall'underground, come sempre succede e come sta succedendo anche con la montante marea dubstep, con il rischio di sovraesporsi, come scena  e come produzioni.

Ma basta ascoltare un pezzo come l'iniziale The Rope Thightens, dal genio del padrone di casa, per fugare ogni dubbio sull'urgenza di questo disco: una rotolante progressione dove il rapping, liquido, resta sospeso nel vuoto esattente come la ritmica. Disco ancestrale, ruvido, paurosamente sospeso su un vuoto che sembra un'impercettibile breccia sull'esperienza di un futuro immediato, ma del tutto sconosciuto. E sul secondo disco, alcuni remixatori "classici" si ritrovano alle prese con il materiale dell'etichetta, Pole, T++, accanto agli emergenti peverelist, Brendon Moeller.

Postato da: popkiller a 15:47 | link | commenti |

domenica, 15 marzo 2009

Sentirsi dio, come due esseri umani insieme, vicini.

Postato da: popkiller a 12:39 | link | commenti |

domenica, 28 dicembre 2008

Forse alcuni dischi più di altri mi ricorderanno l'annata ormai agli sgoccioli.
 
Tra questi, suonato alla nausea, 7 DUNHAM PLACE di Loco Dice, che complice la produzione di Martin Buttrich ha trovato un punto di fuga esattamente housey dalla tradizione minimal, nonchè l'equilibrio tra sessions ispirate e un certo minimalismo produttivo sempre a rischio chiusura.

Il secondo che mi viene spontaneamente a bussare in sede di giudizio è il triplo cd con cui la Defected ha radunato le maggiori produzioni di Dj Gregory. FAYACOMBO SESSIONS è un monumento alla house dagli umori afro del produttore francese, e insieme coacervo di spinte ad elevare costantemente il genere dal ghetto della funzionalità da dancefloor. Primo cd di perle riunite in un unico mix, secondo di extended delle versioni originali di pezzi come S2, Elle, il terzo con alcuni dei remixers più ispirati alle prese col materiale del nostro, tra cui Karizma e il suo caldissimo tocco e i nostrani, quasi spirituali nella loro intensità, Pastaboys.

Non può mancare poi un lavoro rappresentativo del genere musicale che dopo anni ha rotto gli argini a presidio di clubs e scene rave e della loro fissità nei 4/4, minimali o housey che fossero, e cioè il dubstep: dopo lo splendido UNTRUE, firmato l'anno scorso da Burial, quest'anno è il giovanissimo Benga a licenziare un'opera impressionante per varietà di interpretazioni e maturità nel plasmare una materia ancora così fresca e inclassificabile, sul lungo formato, una visione sonora che già oltrepassa le decine di sfuggenti dubplates che fissavano le coordinate sonore solo ad occhi da iniziati: DIARY OF AN AFRO WARRIOR è un disco dal quale nessuno può prescindere, a patto di non nutrire che un blando interesse per la musica.

Dopo la novità, il ritorno di un produttore che ha firmato pagine tra le più classiche in ambito techno, Kenny Larkin, con un paio di capolavori solo su 12" e un album di techno diretta, cristallina: KEYS, TAMBOURINES, STRINGS.

E volendo andare di ecumenismo, senza monopolizzarla con prodotti strettamente dancefloor oriented completerei questa cinquina di album, di dischi che personalmente segnano il 2008 più di altri, con un altro ritorno, atteso per oltre un decennio: quello dei Portishead con THIRD.

Postato da: popkiller a 21:15 | link | commenti |

giovedì, 18 dicembre 2008

Siamo tutti casi umani.

"Qualcuno di più".

Postato da: popkiller a 19:45 | link | commenti |

martedì, 25 novembre 2008

Gli stilisti sono mortali come noi in fondo, ma le mode restano e Pollution of the Mind cos'è se non una riverniciatura alla carrozzeria di Shari vari, motori Moroder che cantano come I feel love sul depresso andante..un gran pezzo insomma. E Miss Kittin graffia ancora, se si ripiglia.

Postato da: popkiller a 20:07 | link | commenti |

domenica, 23 novembre 2008

Sono rimasto con le parole in gola. E me le son portate nel sottosuolo, tutte.

Postato da: popkiller a 19:53 | link | commenti (5) |

domenica, 16 novembre 2008

Amnesiac, quindi. La mutazione elettronica sembra compiersi a partire dall’attacco di Packt Like Sardines, uno sgocciolante break metallico, battuta sperimentale come nella techno di un Cristian Vogel, o Dave Tarrida, per citare le posizioni più eretiche in seno al presunto regno della cassa dritta, poi il pulsare morse del basso e caldissimo l'abbraccio della voce di Yorke. Un pezzo della madonna per un album con titolo della madonna. Poi, il singolo. Pyramid song: rintocchi di piano, la voce che imita il vento e va a conficcarsi nel cielo, l’anticommercialità che irrompe nel territorio pop delle uscite a breve durata con un che di funereo e gli Sigur Ros dietro l’angolo, in attesa di completare lo sbarco nel mercato discografico. Pull / pulk revolving doors è un altro flash elettronico ticchettante, la voce appena sveglia prova le frequenze, e c’è un senso di regolarità tra uno stacco e l’altro, tra i vari trick di produzione che rimanda alla successione bridge-ritornello senza replicarla, espediente rubato ai migliori Autechre: una composizione completa, in tutto e per tutto ma come ascoltata attraverso sistemi radar. You and whose army? assume quindi i connotati del morbido intermezzo, condensa su un vetro buio di pioggia la storia del brit pop e si abbandona a ricordi, disperatamente. La traccia che arriva dopo, ti raccoglie dal pavimento. Senti la voce scendere dall’alto, filtrata dal vuoto, preallertato dal feedback in arrivo, hai freddo ma senti quel giro mozzo di basso e chitarra da grande pezzo rock che è, I might be wrong, si chiama così quello che senti e ti costringe a disattendere le consegne. Suonata, risuonata, mandata indietro, mai saltata a piè pari e proposta nei dj set per quella sommessa cadenza industriale, cingolata quasi, che poi c'è quello stacco sulla chitarra in mezzo a frequenze che s’accendono si spengono come interruttori, e per i pochi secondi che sono rimasti riprende lo stesso giro, in controluce, con elettronico disappunto. Amnesiac adesso è il capolavoro dei Radiohead e andrebbe avanti. Knives Out recupera atmosfere stile Ok Computer, forse perchè vuole convertirti ancora più a fondo, a ritroso nella discografia addirittura: ma resisti, e al massimo concedi un qui ci sta. Morning Bell è ripresa invece da Kid A, in una versione più barocca e qui stanno davvero giocando con i tuoi neuroni in bambola: qualsiasi cosa facciano, comprerai anche il prossimo. Con dollars & cents ti accompagnano nel tunnel della musica orchestrata jazzy con aperture da score sonoro hollywoodiano. La voce tende sempre a spezzarsi, ormai un vezzo calcolato. Con Hunting bears ripartono dall’assolo, il puntinismo del basso ormai è uno standard del pop e hanno convertito milioni di persone, forse pure qualcuno che  ancora con Kid A poteva aver sentito correre brividi di rigetto sulla pelle, e like spinning plates è lasciata a macerare nel buio, interrotto poi dai normali beats rotanti. Qui non canta, torna bambino. Torna il piano, torna il jazz, tornano i fiati. I fiati, un’orchestra jazz e la voce di thom Yorke: Life in a Glasshouse. Doveva essere una mutazione, ha riportato del jazz in casa: questo è Amnesiac. La copertina del disco l’avevo già postata ma l’album l’ho ascoltato dall’inizio alla fine solo ora, solo per scriverne. Buona la prima.

Postato da: popkiller a 00:04 | link | commenti |

sabato, 15 novembre 2008

"siamo umani, solo umani, non può andare così.. è un bluff?" (Litfiba).

Postato da: popkiller a 14:09 | link | commenti (1) |