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Su imbeccata di un podcast ascoltato di recente e che si chiude con la mitica What Time Is Love? mi sono ricordato di averlo da anni, questo cd, senza averne mai abusato più di tanto. Male. Molto male: entrerebbe tranquillamente nella borsa con i dieci dischi che mi porterei via dalla Terra, dovessi mai far parte della prima colonia sperimentale di terrestri sul pianeta Marte, e avessi la possibilità solo di un piccolo bagaglio a mano. Perciò sono giorni, ora, fuori tempo massimo, che gira ininterrottamente nel lettore del mio pc. Incredibile patchwork di ritmi acid, prototrance e protorave, chitarre psichedeliche, rapping autistico e voci soul che descrivono uno scenario urbano ai confini della desertificazione, di uno sfacelo alle porte, irreversibile, prodotto dallo sfruttamento incontrollato delle risorse terrestri da parte degli umani. Che non possono che riunirsi in un un ultimo sfrenato, esorcismo contro la fine del mondo così come lo si era conosciuto, celebrato a suon di musica. Una sintesi di estetiche che avevano attraversato gli anni '90 emulsionata in una specie di ambient molto cinematografica, scopertasi base del rave sound che si stava allestendo per i '90. E un pericoloso precedente per chi come me era già fanatico consumatore di droghe più recenti chiamate Basement Jaxx o Alma Megretta.
Qualche dubbio sul destino della techno si è insinuato qui e là lungo la notte appena trascorsa al Tunnel di Milano, un destino scritto forse già prima che iniziassi ad ascoltare approfondamente questa musica. Ma tant'è.
The Advent visto per la primissima volta, bello farsi travolgere sotto la consolle dalla sua techno aspra, poco incline ai compromessi, e prima di lui il live di un producer giovanissimo ma dalle notevoli capacità come Alessio Mereu.
Nel prosieguo la situazione si è un po' disunita, ma tanto la serata è poi morta che non erano nemmeno le 4:30. Una Milano carente, sotto questo punto di vista. Una città che offre possibilità di ogni genere alle orecchie di qualsiasi tipo di appassionato, ma che poi resta quasi lettera morta. Un ventaglio di possibilità lasciato balenare nell'aria umida di sudore e subito ripiegato dietro l'ultima di una fila infinita di bacheche. Per questo Torino spesso si fa preferire: là gli annunci in bacheca sono consultabili senza limiti d'orario.
Capisco che sia la società stessa ad imporre limiti attraverso la legge, però si parla di techno, qui. Non di concerti qualunque, o degustazioni di acque minerali..
Stop. La rincorsa all'impossibile sogno di giocare la coppa U.E.F.A. nella prossima stagione si ferma contro il sottovalutato Empoli di Cagni, nome che sulla piazza genovese ha lasciato ricordi su entrambe le sponde.
Diciamo sottovalutato per non dire qualcos'altro, che non abbiamo controprove e in fondo nemmeno la voglia di alimentare sospetti di qualsiasi natura. La realtà però è sotto gli occhi di tutti i tifosi accorsi allo stadio anche rinunciando al tepore di una domenica sulla spiaggia, la realtà di una squadra che dal pareggio con l'Inter in poi ha stritolato avversari di qualsiasi caratura e che oggi si è sciolta come neve al sole, al cospetto di un Empoli certamente alla disperata ricerca di punti salvezza, senza dubbio ben organizzato tatticamente e con un paio di individualità di spicco al posto giusto, di quelle che fanno girare la squadra come un orologio svizzero, tutto quello che vuoi ma sono altrettanto certo che le cronache sportive non hanno mai paragonato questo Abate al Donadoni della nazionale di Vicini, così è sembrato oggi, in mezzo alla difesa genoana. L'Udinese nel frattempo batte il Catania in casa e scava ormai un solco da noi incolmabile, a tre giornate dal termine.
Mi consolo al pensiero che stavolta non ho dovuto sborsare i 20 euro per assistere allo spettacolo, grazie all'abbonamento di un amico che non potevca venire allo stadio. E che il campionato vissuto fin qui ci ha regalato pagine migliori, e in buon numero.
Alcuni flash poco beneauguranti c'erano stati. All'ingresso vengo controllato come neanche al check in prima di un volo per New York. Durante la partita un paio di Canadair ci hanno sorvolati ininterrottamente, avanti e indietro dal mare alle colline dove presumibilmente si è sviluppato un incendio di preoccupanti proporzioni. Leon era in una di quelle giornate che non prova a fare non cose impossibili, cose proprio improbabili e Gasperini spazientito lo ha tolto già nel primo tempo facendo giocare Figueroa. Tutta la squadra è sembrata appagata, l'impegno e l'ardore ci sono anche stati (Di Vaio si è pure fatto espellere dopo che l'arbitro, reo tra l'altro di non aver visto una clamorosa trattenuta in area su Borriello, gli ha fischiato un fallo contro) ma le giocate peccavano spesso di sufficienza.
Basta così, andrà meglio la prossima volta.
La finestra socchiusa della camera scambia un po' d'aria nuova con qualche nota del disco che, reduce da un lungo, resistente riposo, sto ascoltando ancora una volta. Titolo: Ex Machina. Artista: Aril Brikha.
Ancora un produttore svedese, ma cresciuto a pane e Detroit. Ad essere sinceri l'ho visto dal vivo (Awakenings Festival 2006) e dall'aspetto, pelle olivastra, capelli scuri, occhiali spessi e camicia rigorosamente dentro i pantaloni sembra più un arabo impiegato al catasto che il glamorous dj dalla Scandinavia a cui sulla carta potreste pensare ma con le macchine spacca, niente da dire. Assistere ad un suo live è come veder fiorire la techno per la prima volta nella storia, una scoperta fatta di suoni, ritmi e progressioni. Non a caso è stato un protetto di Derrick May che lo fece esordire giovanissimo, su Transmat.
Dopo anni di semisilenzio è tornato a licenziare dischi perfetti, ogni disco un mondo, e quest'album su Peacefrog che ne raccoglie una dozzina. Mancano diamanti come Winter e Berghain su Kompakt, Akire su Pokerflat, Prey For Peace su Music Man e la loro assenza si trasforma nell'immediato invito a cercare questi 12", ma in compenso non manca Contact, traccia apparsa nel penultimo mixato di Kevorkian in una versione evidentemente grezza, provvisoriamente intitolata allora Deep Contact.
Quello da lui maturato è un suono personalissimo, ormai, dove la techno sposa memorie trance.
Quelle di seguito sono foto estratte dall'artwork del cd.
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La chart di quest'ultimo mese...
01 Luke Solomon Top, Bottom
02 Ananda Project Moment Before Dreaming Idjut Boys Rmx 1
03 Dennis Ferrer P 2 Da J Tiger Stripes Rmx
04 Señor Coconut Electrolatino R. Villalobos' 'Lektro Cariño Mix
05 Luciano Bomberos
06 Gui Boratto Mr Decay Robert Babicz Universum Disco Mix
07 Alec Wizz Drummin' Louis Benedetti Main Mix
08 Claude Monnet Voodoo Bounce Dino Angioletti & Dj Andreino Rmx
09 Marc Romboy vs. Robert Owens In My Mind
10 Osunlade feat. Divine Essence My Reflection Dj Gregory Rmx
Mi diverto, e far divertire anche chi mi ascolta è più di una speranza, l'intenzione di ogni dj set. Però mi ritrovo alle prese con ricorrenti paranoie, tipo quella di essere per la musica che mi piace, e che scelgo di volta in volta di suonare, un po' fuori contesto. Un'amica dice che denota senso di responsabilità da parte mia, il fatto che le abbia. Insomma, se vado al Timewarp so esattamente cosa trovo e cosa suonano i dj, e gli stessi dj sanno che migliaia di persone vengono apposta per loro, ma se stasera qualcuno viene al Babylon Cafè per un chupito o una birra, e trova me che smazzo minimal dal bancone del bar, non è detto che non finisca per rovinargli la serata. Citando sempre la mia amica Gabri, quello è l'inconveniente di suonare in luoghi dove la gente non va per la musica, ma la musica è solo un apparato. Ma, aggiunge, il compromesso non aiuta.
Acqua calda, direte, ma sperimentarla sulla propria pelle aiuta a comprenderne profondamente il senso. Nella scrittura, nei pensieri, il significato non scotta. Scuoce, tutt'al più.
Un tempo portavo molta più roba pronta all'uso, rock, anni '80, party fillers per ogni richiesta e situazione, ora sempre meno: suono i "miei" dischi e basta. Ora trovo più importante provocare una reazione, negativa o positiva, non assecondare. In fondo se vengo scelto per suonare vengono scelti il mio gusto, la mia personalità e i miei skills e non quelli di qualcun'altro, che al limite mi sostituirà dovessi venire a noia o deludere le aspettative.
Essere sostituito perchè le serate sono andate bene e ho suscitato entusiasmo ma un nuovo dj si è proposto di suonare per molto meno, anzi gratis, è molto meno consolante invece. But this is Genova, not Milano (or Chicago).

L'ascolto condiviso mi ha riportato indietro di una decade, tipo. A quando la musica non si scaricava con la facilità attuale, complice un compleanno (mi chiamano disgrazia, ma nell'ambiente sono noto come quello dei regali originali..sempre un libro o un cd!).
Play. I primi tre pezzi si sono propagati nel tinello sotto una luce nuova fatta di chiacchere e spumantini, ed un sempreverde albero di natale.
Movin'on up è esattamente il negativo di una degli Stones tra Sympathy for the Devil e Jumpin' Jack Flash, ma accesa da un coro gioioso che segnala il passaggio di consegne tra le droghe: ecstasy al posto dell'eroina. Stones all'ennesima potenza quindi. O, se preferite, una fotocopia sbiadita degli Stones: la classica struttura, virata sulla tonalità dello smile. Sotto sotto, mantiene le distanze. Dissimula come vuota.
Poi la lisergica Slip Inside this House, pare fosse una cover ma dell'oscura song psichedelica d'origine non so niente. Di sicuro non era sostenuta da quest'incessante ritmo elettronico in odore di dub.
Infine, Don't Fight it, Feel it (titolo della madonna) che è solo la terza ma dei Primal Scream non si sente neanche più il cantante. La piano house dell'epoca, in slow motion, inarrestabile irresistibile come la voce di denise johnson. Dopo gli Stones qui il modello è Can You Feel It.
Ricordo poi che alcuni pezzi sono presenti solo nella versione remixata (da Andrew Weatherall, The Orb), lacerati di tanto in tanto da una chitarra elettrica. Dite quello che volete, ma resta l'ennesimo disco della madonna.
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House, la rivoluzione terrestre, volare.
Ne abbiamo avute di cose.

Jedi Selector mixed by Tom Middleton.
Che in realtà è unmixed.
Lo scovai ad una festa dell'Unità di qualche anno fa, questo dischetto che mi introdusse all'affascinante mondo musicale di Tom Middleton, gemello mancato di Aphex Twin (pare fosse proprio Aphex Twins, in origine, il nome scelto per il progetto).
Dopo l'immediata separazione il nostro uomo fece combutta con Mark Pritchard creando musica meravigliosa, musica elettronica che spazia dall'ambient alla dance ma molto più distesa di quella, ferocemente sperimentale, del genietto della Cornovaglia. E licenziata sotto le sigle più disparate: Global Communication, Link, Reload, E621 e, per l'appunto, The Jedi Knights, almeno fino al giorno in cui non vennero sgamati da Lucas e dai suoi avvocati.
Questa raccolta celebra la fine coatta di quell'ultima sigla, con i pezzi più rappresentativi. Un caleidoscopio di corposi spettri a tinte di volta in volta electro, acid, house, funk, breaks. Di singoli ideali, per quanti amano allo stesso modo i Kraftwerk e i Daftpunk, Andrew Weatherall e Adam Freeland, Masters At Work e Underground Resistance.
Il calcio, un gioco di specchi. Fatto di contrapposizioni, come ogni sport di squadra. Di dualismi, di passaggi di consegne. Ma diversamente dagli altri sport, anche di anarchici, irrazionali ricorsi statistici.
Un gioco di specchi macchiati da impercettibili imperfezioni, il calcio: come la superficie di questo blog che negli ultimi tempi ha preso a rifletterne, più che in passato, un'immagine.
Palermo Genoa nel turno pre-pasquale, dunque. Due squadre che arrivano a questa partita perfettamente appaiate in classifica. Ma i 36 punti del Palermo, che staziona da diversi anni nella parte medio alta della classifica di serie A, sono di fattura ben diversa dai nostri, insperati fino a questo punto per una squadra che tornava in A dopo un'assenza di dodici anni, posizionandosi ai nastri di partenza come un mix di entusiasmo e incognite.
Sulla panchina del Palermo, quel Guidolin che per un mese fu anche il nostro allenatore, due stagioni fa, prima della condanna alla serie C che ci impedì di disputare quel campionato di A conquistato anche con la partita comprata contro il Venezia.
Sulla nostra, quel Gasperini che la A ce l'ha riconquistata a suon di punti, attraverso un gioco spettacolare riproposto con successo anche nella massima serie.
L'andata. Segnò un mezzo passo falso per noi che, ripetutamente in vantaggio, grazie al solito gol di Borriello ed una doppietta di Leon, finimmo per essere rocambolescamente riacciuffati con due colpi di testa favoriti da altrettanti errori della nostra retroguardia, che macchiò una prova di tutta la squadra fino a quel momento eccellente. Finì 3-3.
Questa volta finirà 2-3, e ci riprenderemo quella vittoria sfumata allora, più per l'inesperienza che per i demeriti. Due risultati quasi speculari.
Finirà con il primo gol in trasferta di Figueroa, con un sinistro fantastico, dal limite, che rientra verso la porta toccando il palo prima di entrare in rete.
Con il primo gol in questo campionato di Omar Milanetto, in scivolata su un suggerimento dalla sinistra dello stesso Figueroa (come involontariamente pronosticai nel post precedente, sottolineando come i movimenti dell'argentino lo portavano ad appoggiare sui centrocampisti che inserendosi da dietro potevano ritrovarsi in una posizione migliore della sua, per concludere a rete).
Con il gol di testa di Konko, su calcio d'angolo, sui primi cross degni di questo nome che questa squadra a cui non si possono accusare tante defaillances altrettanto rilevanti ha iniziato a far vedere.
Finirà con questi tre gol che rispondono ad un calcio di rigore inesistente trasformato da Amauri, concesso per l'intervento di Santos su Cavani che colpisce prima il pallone finendo per impattare sul corpo dell'avversario solo successivamente. E con il secondo gol di Amauri a tempo scaduto, ormai inutile, che sembra lo specchio di quello di Figueroa: di destro anzichè di sinistro, proprio come allo specchio, un destro a rientrare che colpisce il palo e finisce la propria traiettoria in rete. Con Figueroa schierato di nuovo al posto di Borriello, a sorpresa, ma stavolta per problemi fisici più che per la scelta di risparmiare il capocannoniere del campionato (in serata riconvocato in azzurro da Donadoni). Con Figueroa che si conferma avviato a ritrovare la condizione migliore, oltre che giocatore di classe cristallina, e cuore rossoblù.
Finirà 3-2 per noi, non 3-3. Nessun errore della difesa rossoblù favorirà la rimonta rosanero stavolta, come sarà scritto in questo frammento di cronaca sportiva. Postato, quasi per caso, alle 23:33.